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  La beffa della "social card"
03 Dicembre 2008

Intervento di Sabino MEMEO Capogruppo Rif. Comunista Andria

Il ministero dell'Economia ha presentato la social card, tesserina magnetica prepagata che era già stata annunciata la scorsa estate e che dovrebbe avere funzione di supporto per i meno abbienti. I soldi contenuti nella social card possono infatti essere spesi per pagare le bollette di luce e gas, e per comprare generi alimentari presso i negozi convenzionati che espongono l'apposito cartello. Ma ben pochi ne beneficeranno, e il costo per lo Stato va ben al di là di quel che finisce nelle tasche dei cittadini.

L’idea della Carta sociale replica, come è stato ricordato da chi l’ha proposta, il modello del food stamp, il voucher finalizzato all’acquisto di generi alimentari, in uso negli Stati Uniti già a partire dagli anni trenta e riproposto più recentemente, dopo un lungo periodo di eclisse, a metà degli anni Sessanta, nell’ambito della lotta contro la povertà intrapresa dalla presidenza Johnson.
Non è però inutile richiamare gli argomenti che sembrano o essere sfuggiti o non essere stati tenuti nel dovuto conto da chi della social card ha voluto fare il punto più qualificante, perché più visibile, della sua strategia di contrasto contro la crisi e l’impoverimento.

La prima questione riguarda i destinatari della carta e soprattutto i criteri per individuarli: anziani e famiglie con bambini con Isee non superiore a 6.000 euro, dice il provvedimento annunciato dal governo. Per averla è necessario avere un reddito non superione a 6000 Euro considerando tra questi tutti i redditi, anche quelli assistenziali che generalmente non sono considerati ai fini fiscali..
A parte il fatto che, con un reddito di 6000 euro, qualcuno ha eccepito, si vive già sotto i ponti, i pensionati al minimo non avranno niente perché 516 Euro x 13 mensilità fanno un reddito di 6.708 e, quindi, sono “troppo ricchi”.

Attenzione, l'Isee (il documento che certifica la situazione reddituale della famiglia) prodotto dalla famiglia di cui si fa parte deve essere di 6.000 euro. Di conseguenza parliamo, ad esempio, di famiglie in cui due pensionati guadagnano complessivamente al massimo 723 euro netti al mese, che diventano ben 923 euro se hanno un figlio a loro carico. Ma c'è sempre un "ma" per lo Stato: oltre ai vincoli delle utenze che possiamo capire, la persona deve possedere al massimo una casa, che per non modificare l'Isee deve essere entro i 51.000 euro di valore catastale, un conto corrente con al massimo 15.000 euro di risparmi e un'auto. Ma attenzione, se la famiglia possiede un box, perde il diritto alla social card.

Famiglie con bambini: fino a poco più di 1.100 euro di reddito se si è in quattro
Le famiglie con bambini con meno di 3 anni, che possono beneficiare di una ricarica della social card per ogni figlio, non se la passano comunque meglio. Non c'è più il limite di reddito personale di 6.000 euro, ma per ottenere la social card (famiglia di quattro persone) non bisogna guadagnare più di1.131 euro netti al mese totali. Ovviamente se si ha ancora un mutuo da pagare o si è in affitto i redditi netti riescono a essere un po' più alti grazie al valore Isee che si abbassa.

La seconda questione riguarda l’utilizzabilità della carta. La social card è utilizzabile per pagare le bollette di luce e gas e per comprare prodotti alimentari nei negozi convenzionati.Il vero problema è che, come ha riconosciuto anche il Governo, solo il 5% dei commercianti ha aderito all'iniziativa, forse perché la paura dei tempi biblici (in media 200 giorni) di rimborso dello Stato ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione.

Inoltre, le categorie merceologiche individuate dal Ministero sono limitate a panifici, latterie, macellerie, spacci, drogherie e supermercati (quindi piccole catene), dove i prezzi medi non sono certo quelli delle grandi catene di distribuzione. Questo vincolo di categoria limita di molto la possibilità di utilizzo, soprattutto per i pensionati, che hanno poche possibilità di spostamento: di conseguenza il reale utilizzo viene limitato al pagamento delle bollette, che garantisce (è un caso?) il maggior ritorno in termini di Iva e accise allo Stato. La scelta della tessera di plastica, poi, è stata giustificata dal Ministero per riconoscere agli utilizzatori sconti sulla merce, tuttavia, essendo i prezzi medi degli esercizi convenzionati mediamente più alti, gli sconti di fatto produrrebbero nel migliore dei casi solo un livellamento dei prezzi a quello già normalmente praticato dalle grandi catene.

La terza questione riguarda i costi della social card. È bene sottolineare che non tutto va ai cittadini. Il Ministero ha detto che allo Stato la social card costerà 450 milioni di euro annui a regime e che ne beneficeranno 1,3 milioni di italiani. Quindi, poiché entro dicembre daranno la prima tranche di 120 euro, i conti sono presto fatti: il costo entro dicembre è di 156 milioni di euro. In pratica, entro dicembre 2009 il Governo stima di spendere 606 milioni di euro per la social card. Che sono coperti da stanziamenti dello Stato ancora in fase di discussione per 650 milioni e da 200 milioni già donati da Eni e dai 50 milioni donati da Enel. Questi ultimi due soggetti in realtà daranno la possibilità allo Stato di recuperare parte degli investimenti grazie a quello che i consumatori spenderanno con la social card per pagare le bollette di luce e gas, sulle quali come ben sappiamo l'incidenza dell'Iva e delle accise è decisamente elevata.

Ma la social card non è a costo zero per lo Stato, infatti, oltre a quello che finisce nelle tasche dei pochi italiani che rientrano tra i meritevoli di aiuto, ci sono i costi relativi allo strumento stesso. Parliamo dei costi di produzione della tessera, di circuito, di pagamento e di ricarica. La produzione fisica della tessera costa circa 50 centesimi a pezzo (costo fornito dagli emittenti), quindi già 650 mila euro sono stati utilizzati. Il circuito di pagamento chiede una percentuale all'esercente, che in media è circa del 2% del pagamento stesso. Quindi, auspicando a una compartecipazione dell'esercente alla spesa, sono, a essere ottimisti, altri 6 milioni di spesa statale.

Per quanto riguarda la ricarica, le commissioni normalmente applicate dalle Poste non sono certo esigue perché ammontano a 1 euro a ricarica. Quindi per ogni carta sono 6 euro annui che lo Stato dovrebbe pagare: in ogni caso, applicando ad esempio un costo di 10 centesimi a ricarica, lo Stato comunque versa a Poste italiane circa 800 mila euro in un anno. Tirando le somme, senza considerare i costi delle lettere inviate agli italiani (ancora una volte le Poste ringraziano), circa 7,5 milioni di euro si perdono lungo il tragitto che porta i 40 euro al mese nelle tasche delle famiglie. Sarebbe stato meglio un trasferimento diretto, tramite pensione o busta paga.

L’impressione è che al centro della discussione sulla Social card ci sia un vuoto di consapevolezza su che cosa sia la povertà. Non la povertà «percepita» di una società che diventa progressivamente più immobile, né quella della classe media che deve ridefinire il suo stile di vita, e neanche quella di una classe operaia che deve drasticamente ridurre anche i consumi essenziali. Parliamo di poveri veri, che per metà vivono con quello che hanno, per l’altra metà vanno alle mense pubbliche

L'hanno chiamata Social Card, in inglese, ossia la “tessera del pane”. Ci sono modi e modi per aiutare i poveri, ma l'ultima cosa che bisogna fare è umiliarli. La dignità del povero vale più della dignità del ricco. Il ricco se la può anche comprare, il povero la dignità non la compra, la deve avere.
Gli mandano a casa questa tessera, il povero deve prenderla e andarla ad usare nel supermercato e i prodotti che gli dicono, magari negli stessi supermercati del Presidente del Consiglio.

Non potevano mandargli 40 euro al mese direttamente a casa sua invece che mandargli la tessera? Costa pure meno, e lasci decidere a lui cosa vuole farne, se comprare medicine o il pane piuttosto che il burro. Perché umiliare cosi il povero, che si sente già umiliato? Quando sta nel bancone del supermercato deve sentire i bisbiglii degli altri che stanno dietro e che sparlano tra di loro?
Questa è l'umiliazione della dignità umana, che trasforma il cittadino in suddito, e chi ha il potere non è colui che da un servizio, ma come il padrone che da il tozzo di pane o il pezzo d'osso al suo cane.

Il genio Tremonti ha dunque deciso: i cittadini devono pagare miliardi per i debiti Alitalia, le briciole si possono investire per la social card. L’aiuto economico, si fa per dire, della social card è pari a 1,33 euro al giorno. Elemosina che diventa uno strumento mortificante di «distinzione» sociale.
Dare 1,33 euro al giorno a chi è più che povero è un’elemosina! Lo Stato dovrebbe, per questi casi, attivarsi in ben altri modi; una persona che «vive» con 500 euro al mese è al limite della sopravvivenza.

Tradotto: una tazza di caffé a chi ha bisogno di un primo piatto caldo.
La social card, o carta acquisti, ha spiegato Tremonti è anonima, «quindi
Invece un pezzo di plastica è come un numero tatuato sul braccio. Altro che anonimato: alla cassa di qualsiasi negozio, bisognerà pur mostrare quella che diventerà l’inconfondibile Carta acquisti. E poi non è facilmente prevedibile che questa tesserina, con le caratteristiche di denaro contante, è nel concreto, soggetta facilmente a cambiare di mano, soprattutto per le persone più deboli, come gli anziani senza difesa?
Eppure ci sarebbero centinaia di alternative, soluzioni concrete, vere, per cambiare la vita ai poveri, con serietà, dignità e intelligenza, e soprattutto equità.

Per esempio lasciando stare la facile [e ovvia] riduzione delle spese militari.
Basterebbe armonizzazione le rendite finanziarie al 23 per cento. L’armonizzazione della tassazione delle rendite porterebbe importanti entrate nella casse dello Stato [con un’aliquota al 20% da un minimo di 2,5 miliardi di euro nelle stime più prudenti fino a oltre 6 miliardi di euro!].
La carta della povertà diventa insomma uno strumento mortificante di «distinzione» sociale dal peso di 1,33 euro al giorno. Peccato che i poveri non siano in condizione di sputare su elemosine così ipocrite.
La miseria è riservata sempre ai più deboli.

E’ uno schifo usare la povertà per uno spot politico. La social card di 40 euro al mese (1,33 euro al giorno) è una squallida elemosina, che diventa un marchio infamante e mortificante per i poveri. Tremonti annunzia la carta come una grande trovata pubblicitaria. Per lui ed il suo capo non conta il risultato ma l’effetto mediatico. Senza alcun pudore vengono insultati i poveri. Possiederanno adesso il distintivo di appartenenza. Potranno andare al supermercato orgogliosi di avere e mostrare la carta dei poveri.
La carta sociale non cambierà il tenore di vita dei poveri, non risolleverà la crisi dei consumi.

Tutto cio non ha nessun senso, nemmeno dal punto di vista della carità cristiana
“Il Presidente del Consiglio, intanto, continua a incoraggiare gli italiani, sostenendo inverosimilmente che bisogna avere fiducia nel futuro, essere ottimisti e tutto si aggiusta.

Sabino MEMEO
Capogruppo Rif. Comunista Andria

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