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  Centrali a biomasse: i soci della Energreen srl chiariscono i contorni della vicenda
19 Dicembre 2008

L'azienda è promotrice di un progetto di impianto a biomasse liquide (da oli vegetali) da allocarsi nella zona industriale del Comune Di Andria

Avendo registrato una campagna di informazione del tutto scorretta in merito al dibattito apertosi in città sulla possibile pericolosità ambientale di impianti di produzione energetica alimentati a biomasse per la salute umana, non potevamo esentarci dal chiarire alcuni aspetti che nessuno, pare, abbia approfondito a sufficienza.
Preliminarmente vogliamo rendere edotti tutti i lettori sul significato proprio di alcuni termini.

Il termine biomassa designa ogni sostanza organica di origine vegetale o animale , da cui attraverso processi di tipo combustione, senza alcun trattamento chimico, sia possibile ottenere energia.
L’utilizzazione delle biomasse per fini energetici non contribuisce all’effetto serra secondo lo schema allegato, in quanto o per combustione o per deperimento tutte le sostanze organiche rilasciano CO2 in atmosfera; il ciclo di utilizzo delle biomasse costituisce quindi un ciclo ad emissioni “zero” in atmosfera con riduzione di 14.760 ton/anno di CO2 rispetto a combustibili fossili. Sono biomasse tutti i combustibili utilizzati fino a tutto l’800, olii vegetali, legna eccetera.

Pertanto ci sono impianti a biomasse legnose, con combustione di biomassa vergine e una produzione a bassa efficienza di energia elettrica; poi ci sono i così detti biocombustibili (alcool, olii vegetali) utilizzabili in impianti che possono essere a basso o alto rendimento termodinamico (nel 2007 l’UE ha definito che il biofuel entro il 2020 deve raggiungere la quota del 10% del consumo totale di combustibile); ci sono ancora i gas da biomasse (biogas), si tratta di gas naturale ottenuto per deperimento o “digestione anaerobica” utilizzato per alimentazione sistemi ad alta efficienza di generazione elettrica, per esempio nelle discariche e nei depuratori fognari si recuperano i biogas che si producono per il deperimento dei materiali ammassati.
Altri termini che utilizzeremo sono:
• Cogenerazione: produzione combinata di elettricità e calore (utilizzabile anche per il raffreddamento).
• CERTIFICATI VERDI ben distinti dalle CIP/6: sono la nuova struttura di incentivazione delle fonti rinnovabili dopo la liberalizzazione del settore dell'energia disciplinata dal D. Lgs. 79/99.

Date queste piccole definizioni, risulta di tutta evidenza che le biomasse debbano essere classificate come fonti di energia rinnovabile e pertanto godono delle certificazioni verdi, in conformità con gli obiettivi che l’Unione Europea ha stabilito nella propria programmazione energetica ed ambientale. Con riferimento alle contestate Cip6 è bene chiarire che nulla hanno a che fare con i certificati verdi destinati alle biomasse da olii vegetali in quanto le Cip6 sono “contributi alle fonti di energia assimilabili alle energie alternative”, e quindi incentivano esclusivamente i processi di combustione da rifiuto.

Volendo fare chiarezza vogliamo illustrare brevemente il nostro progetto industriale, sottoposto a marzo 2008 alla valutazione da parte di numerosi enti pubblici che concorrono al rilascio dell’autorizzazione unica regionale, così come disposto dalla normativa vigente. Vogliamo evidenziare, inoltre, che in questo iter autorizzativo il Comune ha il solo obbligo di esprimere un parere limitatamente alla compatibilità urbanistica dei progetti, mentre le competenze ambientali sono quasi di esclusiva pertinenza dell’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale (ARPA) e che soltanto dopo il rilascio dell’autorizzazione unica regionale viene stipulata una convenzione tra comune e impresa.

Nel nostro caso specifico stiamo parlando di un impianto alimentato da biomasse liquide, e quindi esclusivamente da oli vegetali che saranno reperiti sia sul mercato locale (con un maggiore beneficio di certificati verdi), offrendo opportunità di riconversioni agricole per il territorio, sia sul mercato internazionale, di potenza nominale pari a 3 MW. Si tratta di due motori diesel, utilizzati normalmente e senza alcun iter autorizzativo se alimentati a gasolio come gruppi elettrogeni, opportunamente modificati per poter essere alimentati ad olio vegetale (è di tutta evidenza che un motore diesel non possa bruciare rifiuti o quant’altro). Le dimensioni dell’impianto di produzione possono essere paragonate a quelle di due autobus (niente a che fare con il megaimpianto portato quale esempio dalla Gazzetta del Mezzogiorno a più riprese), mentre le emissioni di fumi possono essere paragonate a quelle di 30 automobili da 100 kw di potenza (media cilindrata), a massimo regime per 24 ore al giorno, con la non trascurabile differenza che gli oli vegetali non rilasciano in ambiente metalli pesanti ed hanno un incidenza molto ridotta di polveri sottili, totale assenza di zolfo e gli impianti sono obbligatoriamente e costantemente monitorati per restare molto al di sotto delle soglie di sicurezza previste per legge, inoltre, rispetto all’utilizzo di combustibili fossili (gasolio, ecc.) la combustione della biomassa riduce del 35% la produzione di ossido di carbonio (CO).

Si possono ottenere alcuni vantaggi ambientali in considerazione del fatto che in fase di cogenerazione è possibile cedere in teleriscaldamento il calore (che sarebbe un sottoprodotto della produzione principale di corrente elettrica) alle vicine aziende che ne hanno bisogno si per climatizzare gli ambienti che per le proprie produzioni, in tal modo si eviterebbe l’utilizzo di altri combustibili da parte di queste realtà produttive. Un altro vantaggio nell’avere fonti di produzione energetica relativamente piccole e diffuse è dovuto alla minore dispersione di energia elettrica nel tragitto punto di produzione-punto di consumo con un notevole risparmio di risorse ambientali.

Con estremo rammarico, quindi, abbiamo constatato questa campagna di demonizzazione, probabilmente diretta da qualche sapiente direttore d’orchestra, rispetto ad alcune iniziative imprenditoriali del tutto legittime e che sono da troppi mesi (al pari di altri progetti, quasi tutti di impianti fotovoltaici) in fase di valutazione da parte del Comune di Andria senza che ci siano determinazioni in alcuna direzione ed è abbastanza preoccupante che soltanto nelle ultime settimane si delineano percorsi di regolamentazione comunale, allorquando la materia è ben regolamentata da norme europee, statali e regionali.

Vogliamo rappresentare all’opinione pubblica che oltre a portare utili agli imprenditori, questa tipologia di progettazione rappresenta, in un momento congiunturalmente cupo per il Paese, una piccola opportunità occupazionale per il territorio (almeno 4 unità lavorative), un’opportunità di riconversione per l’agricoltura locale, ed infine un’opportunità di incamerare entrate extra-tributarie per le casse del Comune di Andria, che potrà destinare gli introiti delle royalties che saranno dovute agli scopi che gli amministratori riterranno più opportuni per la città.

Vogliamo, inoltre, sottolineare che, prima ancora che essere imprenditori, siamo cittadini andriesi, che in questa città ci viviamo insieme ai nostri figli, e che pertanto non possiamo non essere sensibili a qualunque forma di tutela ambientale nel territorio in cui viviamo.

Se allora l’obiettivo è quello di preservare il più possibile la qualità dell’aria che respiriamo e non quello di demonizzare talune iniziative imprenditoriali, ci chiediamo come mai nessuno protesti contro la cementeria di Barletta che brucia sia carbone che rifiuti, come mai nessuno si preoccupa delle biomasse utilizzate nella discarica e nel depuratore comunale, come mai nessun protesta contro quella incredibile colonna di fumo che da via Barletta si scorge provenire da un sansificio, come mai nessuno ha evidenziato che una piccola centrale a biomasse liquide è già stata autorizzata in maniera esclusiva dal comune di Andria (essendo di un solo megawatt non passa dalle forche caudine della Regione Puglia) ed in questi giorni si avvierà la combustione di olio vegetale nella periferia di Andria?

Infine se la convinzione di talune organizzazioni è che le biomasse, benché ci pare di capire che siano più accusati i combustibili da rifiuto, non sono quel ritrovato ambientale premiato dalla legislazione vigente, sarebbe opportuno che associazioni strutturate su tutto il territorio nazionale come Legambiente (che peraltro a livello nazionale non è contraria alle biomasse), WWF, associazioni dei consumatori e quant’altri facciano la loro battaglia perché cambi questa legislazione che incentiva tali tecnologie. Oltretutto pensiamo che non si possa pretendere dal punto di vista prettamente giuridico ed amministrativo che il potenziale problema possa essere arginato dalla maggiore o minore sensibilità dell’amministratore locale di turno.

Nelle more che finalmente si decida di decidere, anche eventualmente bocciando i progetti giacenti nei cassetti per un periodo ben superiore a quello previsto dalla legge, invitiamo tutti i soggetti politici impegnati in attività istituzionali a non immischiare, in oscene polemiche politiche, gli imprenditori che fanno soltanto il proprio mestiere, e che non si preoccupano soltanto dei propri “sporchi” benché tassati utili, ma anche di creare opportunità di sviluppo economico ed occupazionale in ossequio alle norme vigenti.

Nella foto un impianto a biomasse liquide realizzato in puglia.
Il nostro sono due casettine della stessa dimensione di quello qui rappresentato.

impianto biomassa

Firmato i soci della ENERGREEN SRL

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