Troppi affittasi e poche ferie: aria di crisi?

Il punto della situazione di UnimpresaBat sul commercio ad Andria e nella sesta provincia pugliese
Redazione 20 Agosto 2010 notizie 755
Troppi affittasi e poche ferie: aria di crisi?


Come ogni anno, puntualmente, la nostra organizzazione effettua un sondaggio estivo per una ricognizione della situazione relativa al commercio cittadino.
Quest’anno la situazione non si discosta molto da quella di quello passato.

Relativamente ai “Saldi” si conferma il flop preannunciato e ampiamente già confermato lo scorso mese, sin dalla data del loro inizio.

Relativamente all’apertura dei negozi nel periodo di ferie, anche in questo caso dobbiamo registrare come circa l’80% dei negozi di Andria, ma tale dato è riferibile all’intero territorio della sesta provincia Bat, è rimasto aperto, con la maggiore percentuale di negozi aperti riferibile al settore alimentare, senza alcun disservizio per i consumatori.

Le attività che si sono concesse un periodo di ferie, soprattutto quelle del settore non alimentare, hanno scelto una chiusura che non va oltre la settimana successiva al 15 agosto.

Quest’anno, per la prima volta, registriamo un fenomeno nuovo: “le ferie giornaliere”. Trattasi di negozi che sono chiusi, senza che abbiano apposto alcun cartello di avviso alla clientela, per uno solo o più giorni e comunque “sempre pronti” ad eventuali aperture, in relazione al mutamento delle condizioni climatiche (se c’è caldo e sole si va al mare e si resta chiusi, se le condizioni meteo peggiorano, si apre). Questa situazione si rileva soprattutto in aziende a conduzione familiare, senza dipendenti.

Per quanto riguarda gli aspetti prettamente “economici e finanziari” registriamo un incremento dell’indebitamento delle aziende e un crescente mancato versamento delle imposte in scadenza il giorno 20 agosto con un ricorso eccessivo alla “rateazione” delle imposte e mancato adeguamento agli Studi di Settore.
Insomma una situazione poco felice che denota un decremento significativo della capacità di spesa dei consumatori, dovuto soprattutto alla crisi che continua ad investire “globalmente” l’economia locale, in particolare settori da sempre trainanti come l’edilizia e l’agricoltura.

A nostro avviso, quindi, non servono misure di intervento “tampone” bensì una seria programmazione di uno sviluppo infrastrutturale e di opportunità che sia in grado di attrarre investimenti importanti nei nostri territori, con risvolti occupazionali.

Questa programmazione a medio e lungo termine è sempre mancata, anche a causa di incapacità manageriali degli uomini e donne all’uopo destinati.

Occasioni perse, come l’abolizione delle Zone Franche Urbane, rappresentano un fallimento che città come Andria, riconosciute tali, pagheranno amaramente per decenni interi.

Non avere più la possibilità di destinare importanti aree del nostro territorio, come il Quartiere San Valentino o il Centro Storico o quello di Santa Maria Vetere ad uno sviluppo reale e duraturo è una gravissima penalizzazione per la città di Andria, ove si continua a registrare un tasso di disoccupazione vicino al 30%.

Un’ultima breve analisi va dedicata all’aumento impressionante di “affittasi” di locali commerciali e/o artigianali, sia nel centro cittadino che nelle periferie. Poiché Andria è bloccata anche dal punto di vista urbanistico è ovvio che non si tratta di nuovi immobili immessi sul mercato ma di quelli lasciati liberi causa la chiusura di tante imprese.

Manca, quindi, una propensione agli investimenti in una città incapace di attrarre i turisti e di “sfruttare” un enorme patrimonio economico e culturale come quello rappresentato da Castel del Monte.

Anche l’intero territorio della nuova provincia Bat non da alcun segnale di “interazione ed integrazione” poiché in ciascuno dei comuni della provincia si va avanti a ruota libera, senza un minimo di programmazione integrata e con scarsissimi risultati in termini di sviluppo globale e di identità territoriale.

Problemi gravissimi che denotano una scarsa efficienza istituzionale che va colmata con urgenza, pena una situazione di arretramento economico e culturale che sarà difficilmente recuperabile e le cui responsabilità sarà altresì difficile identificare.

Il Salento ha compreso molti di questi deficit e sta cercando di colmarli, ottenendo come risultato un incremento esponenziale delle presenze ma soprattutto della visibilità internazionale.

Fare turismo non significa riempire la piazza ad un concerto, non significa riempire per una sera i ristoranti ma creare servizi efficienti in città vivibili e sicure, con lo sviluppo della cultura dell’accoglienza e dell’ospitalità.
Proprio tutto quello che continua a mancare nel nostro territorio.

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