Canone RAI: una tassa che il contribuente è poco propenso a versare

Intervento di Vincenzo Santovito Presidente L.A.C. - Andria
Redazione 07 Febbraio 2011 notizie 792
Canone RAI: una tassa che il contribuente è poco propenso a versare


Una tassa che il contribuente è poco propenso a versare è il canone RAI.
La gabella si riferisce al possesso di un apparecchio televisivo e non all’effettivo utilizzo del servizio. Parte dei proventi del bilancio della televisione pubblica rinvengono dalla tassa in questione, altra parte invece dalla pubblicità e dalle produzioni. E’ vero che l’utilizzo delle frequenze comporta dei costi da parte delle imprese televisive verso l’erario, è altrettanto vero che i costi sono differenti tra la tv pubblica e le televisioni private. Diciamo pure che non è soltanto una tassa esclusivamente italiana, per quanto ci consta è un tributo comune nell’Unione Europea.

Tanto però non ci esime dal presentare alcune riserve, rivenienti proprio dal confronto con le tv pubbliche degli altri Stati dell’Unione. La British Broadcasting Corporation, la tv di Stato inglese, trova le sue fonti di sostentamento sia dal canone sia dalle famose produzioni scientifiche o di filmografia mentre la pubblicità è assente, non è quindi al pari livello della tv commerciale. Le trasmissioni della BBC hanno un format differente, cioè non sono fotocopie delle tv private, come invece succede da tempo sui nostri teleschermi.

Informazione e cultura contraddistinguono questa, il trash, la spazzatura – Grande Fratello, Isola dei famosi, Amici, Uomini e donne, La Fattoria, è di competenza della tv commerciale. Il fatto quindi che si va a contestare è il servizio offerto a fronte di una tassa da parte della nostra TV di Stato. Oltre che la tv spazzatura, si vuole catechizzare anche aspetti di natura morale; gli abiti succinti delle conduttrici dei programmi di intrattenimento di qualsiasi fascia oraria sono sotto gli occhi di tutti anche dei nostri bambini, per non parlare degli spot pubblicitari.

Il criterio dell’audience, vecchio indice di gradimento, non dovrebbe essere il solo dato per valutare la qualità di una programma televisivo, bisogna lasciarlo ad altri, evidentemente la tv commerciale. I format, utilizzati per le produzioni, sono di altri, e ciò comporta già un esborso in quanto non originali, i compensi dei presentatori rispettano soltanto le regole del mercato televisivo, i criteri con cui vengono assunte le new entry, dai giornalisti alle presentatrici e presentatori dei vari programmi, ci sono sconosciuti, i presenzialisti, spettatori a pagamento, sono la regola ma non sono noti i metodi di reclutamento, evidentemente il riferimento è alla raccomandazione. Quale differenza tra servizio pubblico e privato? A fronte di una richiesta di informazione vera e scevra da ogni condizionamento demagogico, il servizio pubblico pare assoggettato a logiche di potere alla stregua del padrone editore, soltanto che il “padrone” è la Commissione di Vigilanza sulla RAI.

Parimenti non conosciamo i principi con cui vengono elargiti i premi in palio nelle varie trasmissioni o per il pagamento del canone, concorsi peraltro riservati agli utenti di telefonia di rete fissa, e ciò è una discriminante.

Certo è vero che il canone RAI è tra i più bassi dell’Unione, altrettanto vero però che il servizio offerto all’utenza italiana è più scadente e tra l’altro bisogna tenere in conto che i redditi delle famiglie italiane sono anch’essi tra i più bassi dell’Europa, quindi c’è un nesso tra l’ammontare della tassa, la capacità contributiva ed il servizio offerto, quanto si semina si raccoglie.

Una riflessione: un pensionato con un’età di oltre settantacinque anni può usufruire dell’esenzione o della riduzione del canone, mentre un disoccupato con prole o un pensionato di invalidità civile o Inps non ha diritto allo stesso trattamento, alla faccia dell’uguaglianza e del criterio, con cui si versano le tasse, dell’effettiva redditività del contribuente.

A questo punto una domanda è d’obbligo: ma è giusto che vengano elargiti compensi milionari a giornalisti e soubrettes televisive per fare trasmissioni basate unicamente sul Gossip con contenuti del tutto simili tra di loro che rasentano l’osceno tanto da mettere in difficoltà gli stessi genitori che non riescono spiegarne i contenuti ai loro figli?

A fronte di un aumento indiscriminato dell’offerta dei programmi televisivi assistiamo ad un crescente “vuoto” di contenuti, soprattutto didattici e culturali.

Se la televisione, oggi, deve rappresentare un trampolino di lancio “politico” per personaggi che di politica capiscono poco o niente o se deve rappresentare un palcoscenico per mostrare il teatrino della politica con la presenza dei soliti soggetti che si vedono sempre meno in Palamento e sempre più sugli schermi. A dire cosa? A parlare di se stessi e a difendere l’indifendibile?

Tutti servi sciocchi di un sistema malato che sta contaminando l’intero tessuto culturale del popolo che sembra ubriaco e viene costantemente distratto dai problemi reali quotidiani che invece aumentano sempre più.

La televisione, quindi, come oppio dei popoli per mascherare, come in una sceneggiata, i veri problemi del Paese e della nostra Società.
C’è un altro aspetto fondamentale della televisione odierna: la pubblicità e la propaganda.

Sentire ripetutamente messaggi che incitano al gioco, colpevolmente ignari dei pericoli e delle conseguenze che ne derivano così come promuovere uno stile di vita assolutamente d’elite che non rispecchia la condizione dei cittadini, soprattutto pensionati e giovani precari, è un’offesa alla dignità della gente ma nessuno sembra importarsene e tutto va da sé.

Considerazione come queste potremmo farne all’infinito, partendo dai privilegi e dalla spartizione esistente nel sistema televisivo italiano che tende a demoralizzare i tanti giovani, oltre il 30% disoccupati, che meritano, favorendo, invece, coloro che traggono vantaggi, anche professionali solo perché appartenenti ad un entourage politico-partitico che elargisce regali ad amici e parenti.

A questo punto riteniamo che la disobbedienza e l’invito a non pagare il canone sia ampiamente giustificato da motivazioni che nessuno può controbattere perché reali e sotto gli occhi di tutti.
Sicuramente non è facile avviare una campagna in tal senso e qualcuno ci sta già provando.

Questa iniziativa sarebbe opportuno che venisse avviata anche in altri territori, quindi se c’è una volontà in tal senso sarebbe una battaglia di civiltà e di giustizia che appoggiamo senza remore.

Una domanda finale: a fronte di una redditività contrattasi del 2,7% perché aumenta il canone RAI?

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