Cinema ad Andria, memoria di un costume

Gli anni di massimo fulgore dell'Arena Roma. La sua decadenza. Piccoli cinema e Multisala. Ecco come la tradizione cede alla modernità
Redazione 21 Dicembre 2007 satiricomix 3752


Economie di scala vs negozietto sotto casa.
Ovverosia “offerte speciali” e “buoni sconto” vs “Uehlà, dottore, come gira oggi?”.
Che è come dire “Cisternone – Real Madrid” (in casa del Cisternone).
Su questo campo si gioca sostanzialmente la partita dell’economia in ogni angolo della Terra. E sempre si giocherà. Perché anche in un mondo iper-futuristico da technological science fiction attraversato in lungo e largo da mezzi puliti ed ultraveloci capaci di raggiungere l’ultimo pianeta del più remoto sistema solare colonizzato, sorgeranno centri commerciali sempre più grandi, sempre più assortiti, sempre più convenienti, e sempre più lontani.

L’affare del Cinestar di Andria è abbastanza esemplare.
Cirsternone – Real Madrid: 2 a 9. Match chiuso ancor prima di cominciare.
Normale. Solito discorso, vecchio quanto il baratto: maggiori capitali = maggiori investimenti = minori costi = maggiore offerta a prezzi più bassi.
Se il mercato fosse sempre così logico, probabilmente ci convertiremmo al liberismo anche noi.
A prescindere dalla poesia.

Sì, perché non è detto che il mercato sia del tutto refrattario alla poesia. E alla storia, e al prestigio. Sono questi i cardini sui quali si fonda la sopravvivenza dei caffè letterari nelle grandi città europee. Per carità, il caffè qui farà pure schifo, però vuoi mettere… su questa sedia ci ha posato le chiappe niente meno che Diderot…

A riprova del fatto che il tempo degli imprenditori-poeti (e nel peggiore dei casi parolieri) non è mai passato davvero, Giuseppe Tornatore sulla distribuzione cinematografica ci ha costruito il suo film più famoso.
Si badi. Non sul cinema, ma sulla distribuzione.

Nuovo Cinema Paradiso ad Andria è l’Arena Roma.
Com’era prevedibile, dopo un po’ di rodaggio il gigante Cinestar se l’è pappato in un sol boccone insieme a tutta la sua storia, un po’ come fa un Buco Nero con tutto ciò che gli sta attorno: luce, materia, spazio, tempo, ricordi, immaginazione…

Tanto che nessuno ormai ricorda più - per via diretta o indiretta – l’istituto solenne del Commento (propr. “u commend”).
Se in privato o al cinema vi capitasse di guardare un film in compagnia di un ultrasessantenne che per tutto il tempo non riesce a star zitto, è probabile ch’egli sia cresciuto ai fasti del “Trabucco”.
Per tutto il periodo che va dagli anni Cinquanta fino a metà anni Sessanta (ma la sua nascita risale a molto prima), la proiezione di un film all’Arena Roma si esprimeva in una sorta di rito collettivo, che vedeva appunto nell’arte del commento ad alta voce in calce alle singole sequenze la sua formula liturgica più tipica (involuta oggi, in tempi di famiglia nucleare “blindata”, nelle forme ben più striminzite della risata generale simultanea e dell’applauso finale che rispettivamente accompagnano e concludono ogni film di Natale).

Figlio di una cultura da avanspettacolo popolare (vedasi la celeberrima sequenza del Teatro Parioli nel “Roma” di Fellini per comprendere cosa fosse una rappresentazione teatrale nell’Anteguerra), il costume del commento nasceva dal bisogno irrefrenabile del pubblico di interagire con l’artista, e al contempo di condividere un momento di forte socialità nell’ambito di un contesto extra-lavorativo.

Pare addirittura che ad Andria, nei primi anni di diffusione della televisione, quando le famiglie solevano riunirsi in casa dei pochi privilegiati in possesso del nuovo mezzo, fosse d’uso rispondere sempre a voce alta al “Buonasera” delle annunciatrici Rai, manco i mezzibusti dentro la scatola fossero in carne e ossa.
Al “Trabucco”, invece, si era un po’ meno educati. Qualche volta volavano anche parole grosse, essendo il pubblico in sala composto in prevalenza da uomini, ma nel complesso si tendeva a mantenere un certo decoro anche nell’uso del sarcasmo.
I film più bersagliati erano i drammatici, giacché per i comici non c’era bisogno di spalle da attingere alla platea. In particolare si pigliavano in giro i film americani (peplum a josa, western, e quant’altro), che esibivano registri espressivi e codici morali e di comportamento troppo diversi dalla realtà locale per passare sotto silenzio.
La tipica retorica da film holliwoodiano era un invito a nozze per i “commentatori” nostrani. Coloro che nelle sale delle grandi metropoli irrompevano sullo schermo come dei dell’Olimpo per dispensare sogni a dimensione borghese, sullo schermo dell’Arena Roma diventavano nient’altro che poveri zimbelli (propr. “cazzèun amirichèin”), cui veniva perdonato ben poco (e si sa che gli sceneggiatori di una volta ci mettevano abbastanza del loro…).

Soprattutto, non fu perdonato, all’epoca della sua uscita nell’ormai lontano 1962, il lungometraggio “Freud, passioni segrete” di John Houston.
Come film di genere psicologico (di certo uno dei battistrada, se non il primo in ordine cronologico), visto oggi non desterebbe la minima impressione. Costruito secondo un lineare impianto razional-giallistico, e in uno stile composto e didascalico che dava anche spazio a qualche momento di suspance, si limitava a esporre i cardini del pensiero freudiano con un chiaro scopo divulgativo.
Il problema fu che, malgrado si fosse in piena epoca “boom”, un’opera di divulgazione su una platea composta ancora per il 99% da coltivatori diretti (propr. “zappatèur andrsèin”) rappresentava un programma quanto meno aleatorio, ciò che segnò il destino di una scelta dei gestori da reputarsi, col senno di poi, decisamente infelice.
Difatti non si fece in tempo a concludere il primo tempo, che già tutto il pubblico si era riversato nella sala d’ingresso, e incalzava la biglietteria per essere risarcita del prezzo del biglietto.
Per la cronaca, la storia andò a finire bene, nel senso che la direzione decise di accogliere le richieste dei capi della sommossa, rinunciando alla soluzione detta “Bava Beccaris” (ovverosia sparare sulla folla).

Quella fu l’unica volta in cui l’utilizzo del commento ironico (“Wannà! Cà dò nan z’ capèsc’ u cazz’ d’ ndd!”), in genere non solo “tollerato” ma dai più anche “gradito” come una sorta di necessario complemento al prodotto artistico, non bastò a ripagare del tutto l’insoddisfazione arrecata da un film risultato ai più incomprensibile.

Per il resto, la vita all’Arena Roma scorse in modo abbastanza tranquillo, fino a subire un declino graduale e inesorabile che lo portò, all’alba del suo medioevo e allo zenit dei film porno, alla riconversione in cinema a luci rosse.

Ciò che succedeva all’interno della sala durante gli anni bui trascende la storia ufficiale e si proietta direttamente nella leggenda.
Per molti anni il cinema “mainstream” restò appannaggio esclusivo di Astra, Nuovo e Cuomo (quest’ultimo diede poi forfait nel corso degli anni Ottanta).

La rinascita del Trabucco si ebbe nel momento in cui qualcuno pensò di importare ad Andria il concetto di “Multisala”. Poco importa che le sale fossero in realtà solo due, e che secondo logica sarebbe stato più corretto chiamarlo “Bisala Roma”. L’impatto da grandeur sulla cittadinanza fu lo stesso che invase gli italiani all’epoca in cui la Rai mise in campo il Secondo Canale.
Cazzo, ‘na televisione con due canali… e ciè d’è?!?”.

La gente entrava nella hall restaurata con fare molto metropolitano, sventolandosi addosso il dèpliant con le schede di tutti i film in programmazione (sempre DUE), e mentre aspettava l’inizio dello spettacolo guardava dall’alto in basso la fila di caproni che entrava nell’altra sala, dove avrebbero proiettato l’altro film, quello più grezzo.

Fu un’epoca di transizione, quella, incarnata al meglio dalle facce delle bigliettaie in borghese, coi loro libri di università inchiodati accanto alle pile dei biglietti, con la loro aria da intellettuali tristi e sfigate, ma variabilmente disponibili a seconda del film che si era scelto.
Niente a che vedere con le dipendenti in divisa del Cinestar, con la loro aria triste da precarie in franchising, ma variabilmente super-efficienti e super-sorridenti a seconda del mestruo.

La pulizia poi… al Cinestar si ramazza che è un piacere. Tutto deve brillare come il logo (e sì che far brillare la plastica non è mica facile…).
Servizievoli facchini in divisa ti aspettano al termine del film brandendo il loro sacco di immondizia con marchio “Cinestar”, dove sei pregato di depositare molto ecologicamente i tuoi rifiuti marchiati “Cinestar”.
Cessi splendenti con marchio “Cinestar” non aspettano altro che accogliere la tua urina ormai acquisita in quota di maggioranza dalla “Cinestar”.
Scesa la notte si faranno inevitabilmente sogni pirata coperti da copyright.

All’Arena Roma degli anni Cinquanta e Sessanta l’urina non era affatto coperta da copyright.
Anzi, la si elargiva gioiosamente come contributo personale verso la comunità.
Anche la minzione faceva parte del rito collettivo. Non essendovi gabinetti, ognuno la faceva da seduto, senza spostarsi di un solo millimetro dalla seggiola e senza perdersi una sola battuta del film, godendo dell’apposito sistema di drenaggio determinato dalla pendenza del pavimento in cemento, che la raccoglieva tutta nella sacca del fondo sala, proprio sotto lo schermo.
Gli spettatori novizi correvano il rischio di farsi un bel pediluvio all’ammoniaca.
Le famigliole scafate, invece, che al cinema ci andavano equipaggiate con fiasco di vino e panetto ripieno di peperoni arrostiti, da quella zona ci stavano bene alla larga.
Direbbe qualcuno: “Anche questo è poesia…”.

E. A.

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