Dagli stadi polverosi ai divani spolverati e pay-tv

Il tramonto dell'orgoglio identitario e senso della comunità
Paolo Matera 07 Dicembre 2016 canalone 1239
Dagli stadi polverosi ai divani spolverati e pay-tv

C'è stato un tempo in cui la cronaca del calcio si confondeva coi contorni del racconto epico.
Era l'epoca in cui il trasferimento di un giocatore da una squadra di club ad un'altra, per sedi societarie non più distanti che una tratta di provincia, destava più scandalo di un adulterio. Era l'epoca di Felice Levratto e delle imprese erculee attribuite al suo tiro: la rete sfondata, la mascella del portiere fracassata, il pallone spedito oltre la linea insieme a due avversari.
Nessuna moviola in hd a documentarne le gesta, nessun file virale, solo coloriti articoli di giornale, e, forse, qualche certificato medico. Il resto lo faceva l'immaginazione, insieme alla vibrante voce del radiocronista, almeno dopo che la radio fu diffusa nelle case di tutti gli italiani.

Chi avesse desiderato dar corpo a quelle funamboliche leggende non avrebbe avuto altra scelta che andare allo stadio e osservare dall'alto di una gradinata gli eroi su cui si fantasticava, tutti avvolti da un'aura da gladiatori nell'arena, pure avvicinabili, almeno per un giorno della settimana, in quella sorta di rito collettivo che era rappresentato dalla partita allo stadio. L'avvento della televisione avrebbe trasformato quei gladiatori in semidei nazionali, svuotando di fatto le piazze cittadine di quella stessa carica d'entusiasmo campalinista, che fu capace di emancipare il gioco del calcio dal dilettantismo della sua epoca pionieristica, per investirlo del rango di vero e proprio sport. Gli squadroni del nord Italia, a poco a poco, conquistavano terreno nel cuore dei tifosi, a danno dei piccoli club cittadini, sempre più identificati come "seconda squadra" per cui tifare.

Tramontava quel rapporto diretto tra tifoso, città d'origine e calciatore, che era stato il sale del calcio degli albori, in una dinamica che metteva in gioco sentimentalismo, orgoglio identitario e senso della comunità.

Con l'arrivo delle pay-tv, l'uccisione delle piazze si sarebbe definitivamente compiuto. I semidei declassati a capricciosi divi da rotocalco. La suggestione di un coro da stadio razionata e compressa in un dolby surround.
In fondo, la parabola seguita dal tifoso medio, dai tempi di Levratto ad oggi, è la stessa che ha visto il bambino dal muso sporco lasciar cadere di mano biglie e mattoncini per rifugiarsi nel mondo asettico e ipercalorico di una consolle.
Alla fine di questa evoluzione (o pseudo-tale) ci si chiede: dov'è la fantasia? Ma soprattutto, dov'è la socialità? Dove il gusto di una condivisione che prescinda dal pulsante "Invio"?

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